Il mito di Teuth
Il mito di Theuth
Nel dialogo Fedro, Platone racconta un mito molto interessante per spiegare la sua diffidenza nei confronti della scrittura. Attraverso un dialogo tra Socrate e Fedro, il filosofo riflette su un tema sorprendentemente attuale: la differenza tra conoscere davvero qualcosa e limitarsi a possedere informazioni scritte.
Il racconto è noto come mito di Theuth e serve a mostrare perché, secondo Platone, la vera conoscenza nasce soprattutto dal dialogo vivo tra le persone, non dai testi scritti.
L’invenzione della scrittura
Il mito narra che il dio egizio Theuth, inventore di molte arti e conoscenze, si presenti al re d’Egitto Thamus per mostrargli le sue scoperte.
Tra queste c’è anche la scrittura. Theuth la presenta con entusiasmo, sostenendo che sarà un enorme beneficio per gli uomini. Secondo lui, infatti, l’alfabeto renderà gli Egiziani:
più sapienti
più capaci di ricordare
più istruiti
La scrittura viene quindi descritta come una sorta di medicina per la memoria e per la conoscenza.
La risposta del re
Il re Thamus, però, non è d’accordo. Egli risponde che spesso chi inventa una tecnologia non è la persona più adatta a giudicarne gli effetti reali.
Secondo il re, la scrittura non rafforzerà affatto la memoria. Al contrario, produrrà l’effetto opposto: gli uomini smetteranno di esercitare la memoria, perché si abitueranno ad affidarsi ai segni scritti.
Invece di ricordare le cose da soli, inizieranno a richiamarle dall’esterno, consultando ciò che è stato scritto. In questo modo la scrittura diventa solo un mezzo per richiamare alla mente qualcosa, non un vero strumento per sviluppare la memoria.
Per Thamus, quindi, l’alfabeto non produce vera sapienza, ma solo l’apparenza della sapienza. Chi legge molti testi potrebbe credere di sapere molto, quando in realtà possiede soltanto informazioni superficiali.
Il limite dei testi scritti
Nel dialogo, Socrate sviluppa ulteriormente questa critica con un paragone molto efficace. Egli afferma che la scrittura è simile alla pittura.
Un dipinto sembra quasi vivo: le figure sembrano parlare. Ma se si prova a interrogarle, rimangono in silenzio.
Lo stesso accade con le parole scritte. Un testo può sembrare ricco di significato, ma non può rispondere alle domande, né chiarire ciò che non abbiamo capito. Ripete sempre le stesse parole.
Inoltre, una volta scritto, un discorso:
può arrivare nelle mani di chiunque
non distingue tra chi è pronto a capirlo e chi non lo è
non può difendersi se viene frainteso
Per questo, secondo Socrate, un testo scritto ha sempre bisogno del suo autore per essere spiegato.
Nonostante queste critiche, Platone non rifiuta completamente la scrittura. Piuttosto, vuole distinguere tra due tipi di discorso.
Il primo è il discorso scritto, che rimane fisso sulla pagina e non può adattarsi a chi lo legge.
Il secondo, invece, è il discorso vivo, cioè quello che nasce dal dialogo tra persone che cercano insieme la verità. Questo tipo di discorso, dice Socrate, è “scritto nell’anima” di chi apprende.
È un sapere che:
sa difendersi
sa quando parlare e quando tacere
cresce attraverso il confronto e la riflessione
La scrittura, quindi, non è la vera conoscenza: è solo un’immagine di essa.
Perché Platone preferiva il dialogo
Il mito di Theuth aiuta a capire anche una scelta importante di Platone: il fatto che abbia scritto le sue opere in forma di dialogo.
Attraverso il dialogo, infatti, il filosofo cerca di imitare il più possibile la ricerca viva della verità, quella che nasce dalle domande, dalle risposte e dal confronto tra interlocutori.
Per Platone la filosofia non è semplicemente trasmettere informazioni, ma guidare la mente verso la comprensione. E questo processo avviene soprattutto nel dialogo, dove le idee possono essere messe alla prova, chiarite e approfondite.
Il mito di Theuth non è solo una riflessione antica sulla scrittura. In realtà pone una domanda che rimane attuale ancora oggi: possedere molte informazioni significa davvero conoscere?
Platone sembra suggerire che la vera conoscenza non nasce dalla semplice accumulazione di testi o dati, ma dall’esercizio del pensiero, della memoria e del dialogo.
Ed è proprio in questo incontro tra menti che, secondo lui, la filosofia trova la sua forma più autentica.
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