Conoscenza della Conoscenza
La Conoscenza come Reminiscenza
Perché conoscere significa ricordare
Secondo Platone, conoscere non significa imparare qualcosa di completamente nuovo, ma ricordare qualcosa che l’anima ha già visto prima di nascere.
Questa idea è chiamata teoria della reminiscenza (in greco anamnesi).
Per capire questa teoria bisogna partire dalla visione della realtà proposta da Platone. Il filosofo distingue due livelli dell’essere:
il mondo delle idee, perfetto, eterno e immutabile;
il mondo sensibile, cioè quello che percepiamo con i sensi, imperfetto e in continuo cambiamento.
Al vertice del mondo delle idee si trova l’idea del Bene, principio supremo che dà valore e realtà a tutte le altre idee.
Il problema che Platone si pone è questo: come può l’uomo conoscere queste idee eterne se vive nel mondo sensibile?
Il mito dell’anima e dell’oblio
Per spiegare questo passaggio, Platone nel dialogo Menone utilizza un racconto di carattere mitico legato alla dottrina della reincarnazione.
Secondo questo racconto:
Prima di nascere, l’anima viveva nel mondo delle idee.
In quel luogo contemplava direttamente la verità.
Quando si incarna nel corpo, l’anima dimentica ciò che sapeva.
La conoscenza, quindi, è in realtà un processo di ricordo. L’anima, grazie all’esperienza e alla riflessione, può recuperare gradualmente ciò che aveva dimenticato.
Per Platone, dunque, imparare significa ricordare.
L’esperimento dello schiavo nel Menone
Nel Menone, Platone cerca di dimostrare questa teoria con un famoso esempio.
Socrate dialoga con uno schiavo che non ha mai studiato matematica e, attraverso una serie di domande guidate, lo porta a comprendere un problema geometrico legato al teorema di Pitagora.
Lo schiavo riesce a trovare la soluzione senza che qualcuno gliela insegni direttamente.
Per Platone questo dimostra che:
la conoscenza era già presente nell’anima,
ma in forma confusa e inconsapevole.
Le domande di Socrate servono solo a far emergere un sapere già esistente.
Conoscere e essere: il parallelismo platonico
Platone sostiene anche che il modo in cui conosciamo dipende dal tipo di realtà che stiamo osservando.
Esiste infatti una corrispondenza tra:
piano dell’essere (ciò che esiste)
piano del conoscere (il modo in cui lo conosciamo)
Le idee sono eterne e perfette, quindi possono essere conosciute attraverso una conoscenza stabile e universale, cioè la scienza (epistéme).
Le cose sensibili, invece, cambiano continuamente: per questo su di esse possiamo avere solo opinioni, non una conoscenza perfettamente certa.
Nel dialogo Repubblica Platone riassume questo principio con una frase molto famosa:
Ciò che è pienamente essere è pienamente conoscibile;
ciò che non è in alcun modo non è conoscibile.
I quattro gradi della conoscenza
Sempre nella Repubblica, Platone descrive la conoscenza come una linea divisa in quattro livelli, ciascuno collegato a un diverso grado di realtà.
1. Immaginazione (congettura)
È il livello più basso della conoscenza.
Riguarda ombre, immagini e apparenze, cioè percezioni poco affidabili.
2. Credenza
Qui percepiamo le cose sensibili reali, come oggetti e esseri viventi.
È una conoscenza più solida della precedente, ma resta comunque legata all’opinione.
3. Ragione scientifica
Questo livello riguarda gli enti matematici, come numeri e figure geometriche.
Qui la mente utilizza il ragionamento per arrivare a conclusioni certe.
4. Intelligenza filosofica (nóesis)
È il grado più alto della conoscenza.
Qui la mente coglie direttamente le idee pure, come il Bene, il Bello, il Vero e il Giusto.
Solo i filosofi riescono ad arrivare a questo livello.
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